
di Leo Beneduci_ Occorre ribadirlo con chiarezza, prima che sia troppo tardi: l’utenza della Polizia Penitenziaria sono le autorità giudiziarie e i cittadini, non i detenuti. Questi ultimi non sono “clienti” da accontentare, ma persone affidate alla custodia dello Stato per esigenze cautelari o esecuzione di una condanna. Eppure, nell’attuale deriva del sistema, sembra che questa distinzione fondamentale sia stata completamente ignorata, persino da una compagine di Governo che propagandava legalità e sicurezza quali proprie bandiere per le elezioni, ma forse non nelle carceri. La situazione negli istituti di pena italiani è drammatica, NON è solo Avellino la terra colonizzata dalla criminalità.
Prediamo, per esempio, il distretto Toscano-Umbro che spesso amiamo citare per le macroscopiche ed irrisolte condizioni di disagio, ma potremmo anche citare il Lazio-Abruzzo e Molise, piuttosto che il Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta. A Perugia, Terni, Sollicciano, Prato, Livorno, Siena ….i detenuti dell’alta sicurezza e quelli comuni non solo rifiutano la chiusura delle celle, ma impediscono attivamente lo svolgimento delle perquisizioni, ostacolano le conte, rendono impossibili le battiture. Il Provveditore regionale, tuttavia, non percepisce (forse neanche recepisce) i segnali d’allarme, istruisce procedimenti disciplinari a carico del personale, dispone ispezioni, propone comandanti e continua a dipingere un quadro di normalità attribuendo l’incapacità a chi è in prima linea, ovvero i Poliziotti Penitenziari nelle trincee delle sezioni detentive. Addirittura pretende senza indugio che si occupino le poltrone di Via Bolognese 84 a Firenze (sede del Provveditorato) sguarnendo le strutture di personale. Mentre nei corridoi del potere si gioca la partita delle nomine e delle poltrone, la trincea penitenziaria brucia senza che nessuno sembri accorgersene davvero. I poliziotti in prima linea sono stretti in una morsa letale: da una parte la minaccia costante dei procedimenti disciplinari che aleggia su chi deve prendere decisioni immediate, dall’altra la resistenza organizzata di detenuti che hanno perfettamente compreso questo stato di vulnerabilità e la possibilità di agire pressoché indisturbati. Nei protocolli operativi scritti dai sedicenti esperti del DAP, che in questi giorni celebra la modernità della sua forza di polizia, incredibilmente, non è stato contemplato nemmeno l’ammanettamento per chi oppone resistenza! La Polizia locale ha gli sfollagente e altri mezzi di presidio. Quale altra forza di polizia al mondo opera senza strumenti coercitivi di fronte a comportamenti violenti? Non servono negoziatori nella babele linguistica delle nostre carceri. Serve l’autorevolezza, la credibilità istituzionale e le profonde preparazione e tutela di chi opera in prima linea. Serve l’applicazione rigorosa dell’art.14-bis o.p. per chi sistematicamente sabota la sicurezza collettiva. Servono nuclei specializzati di pronto intervento in ogni istituto e non a Roma o dove, comunque, impiegherebbero non meno di 2 ore per arrivare nella sede della rivolta-evento critico. I comandanti e i loro uomini oggi si trovano nell’impossibile posizione di dover scegliere tra il rischio di rivolte o l’inadempienza formale che potrebbe costare loro la carriera. E il DAP cosa fa? Emette circolari, prescrive ordine e sicurezza. Montagne di carta che si accumulano sulle scrivanie mentre i poliziotti di trincea rischiano quotidianamente la pelle. La priorità non può essere un esercito di dirigenti del Corpo negli uffici, ma garantire che chi indossa sempre il basco azzurro (a parte altre variopinte colorazioni) svolga il proprio lavoro con l’autorità e gli strumenti necessari per garantire quella sicurezza che il cittadino si aspetta dallo Stato e l’Autorità Giudiziaria dall’Istituzione.
L’OSAPP permane al fianco dei poliziotti di trincea.
Un fraterno saluto a tutti.
Leo Beneduci – Segretario Generale OSAPP
Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria
Ufficio Stampa OSAPP